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CRIPTA DEL PECCATO ORIGINALE. La Cappella Sistina della pittura rupestre

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Una location suggestiva. Un salto nel tempo e nel sacro. Una gioia per gli occhi e per l’anima

A poca distanza dalla città dei Sassi, situata sul versante destro del torrente Gravina di Picciano in contrada Petrapenta, la Cripta del Peccato originale è sicuramente una tappa obbligatoria nell’itinerario di visita in Basilicata. La chiesa è situata in una grotta, conosciuta anche come “Grotta dei Cento Santi” e viene definitiva la Cappella Sistina della pittura rupestre parietale. Il ciclo trionfale di affreschi riprodotto sulle pareti della grotta risale al IX sec. d.C. ed è opera dell’artista noto come il Pittore dei fiori, molto probabilmente un benedettino legato alla tradizione estetica e religiosa dell’arte romana.

Scene tratte dal Vecchio e dal Nuovo Testamento adornano le pareti della cripta.
Diverse scene della Genesi, tra cui il Peccato Originale, da cui la Chiesa prende il nome, sono raffigurate nella parete di fondo: la Creazione della Luce e delle Tenebre, la creazione di Adamo, la Creazione di Eva dal Costato di Adamo, Eva tentata dal serpente, Eva che offre il frutto proibito ad Adamo. La parete di sinistra, invece, è strutturata in tre nicchie absidali. Nella prima vi sono affreschi raffiguranti San Pietro, Sant’Andrea, San Giovanni; la seconda mostra la Madonna con Bambino insieme a due figure femminili; nella terza ci sono gli arcangeli San Michele, San Gabriele e san Raffaele.

Solo nel 1963 la Cripta è stata "riportata" alla luce, grazie alla scoperta fatta da giovani materani, tra cui
Raffaello De Ruggieri, Presidente della Fondazione Zétema che così ci racconta la storia della scoperta:

“Ogni giorno festivo si usciva in squadre, eppure della ‘Grotta dei cento santi’ non si rinveniva traccia alcuna. Per me era diventata un’ossessione, rinvigorita dalla lettura di uno scritto dell’archeologo materano Domenico Ridola, il quale raccontava che «in altra grotta lontana, che viene chiamata dei Santi sono dipinti insieme S. Michele, S. Gabriele e S. Raffaele».
Nel pomeriggio del 1° maggio 1963 partimmo in esplorazione in pochi, perché gli altri erano ormai rassegnati e sfiduciati. Nella storica Fiat 1500 color bleu-pavone eravamo in quattro: oltre a chi scrive, c’erano mia sorella Teresa, Maria, oggi mia moglie, e infine Carlo, uno dei geometri del gruppo, poi affermato architetto di Torino, prematuramente scomparso qualche anno fa nel suo ‘esilio piemontese’, come era solito ripetere. Parcheggiammo l’auto ai margini di un folto uliveto, che attraversammo per oltre un chilometro, sino al ciglio del torrente Gravìna, lungo cui proseguimmo la marcia all’incirca per altri seicento metri. All’improvviso la gola del torrente si aprì in una sinuosa ansa, dagli spalti rocciosi punteggiati di cavità e segnati da collegamenti verticali (i gradini scalpellati nella roccia) e da servizi (depositi, pozzi, canali di raccolta delle acque). Il tutto in un dolce declivio esposto in pieno mezzogiorno e con alcune grotte dagli accessi più ampi poste sul versante opposto. Per i nostri occhi, ormai esperti, era l’indizio di un insediamento rupestre.
Di corsa percorremmo gli oltre cento metri che ci separavano dalle grotte, lasciando indietro le due ragazze, che ci raggiunsero, trafelate e ansiose, trovandoci abbracciati, a terra, nella grotta dalle ‘cento fotografie di santi’.
Ribattezzai immediatamente quell’antro meraviglioso con il nome di Cripta del peccato originale, a causa del suo straordinario ciclo pittorico della Bibbia figurata, con le scene della creazione dei Progenitori, del Peccato originale e della creazione della Luce e delle Tenebre.”

[Fonte : http://www.madeinmatera.it/cripta-del-peccato-originale-matera]

 Da allora, ampio merito e grande riconoscimento vanno alla Fondazione Zétema, che si è occupata delle attività di restauro con la consulenza dell’Istituto Superiore per la Conservazione e il Restauro, per aver “recuperato” un tassello importantissimo del patrimonio rupestre italiano.

di Mariapina Fortuna

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