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Il doppio volto dell’Italia liberale

Scritto da Elena Ruggieri

Nell’esperienza europea tra il 1800 e il 1900, i cittadini eleggeranno chi deve agire politicamente per loro conto. L’autorità politica risiede nel popolo e le leggi sono l’espressione della volontà generale, queste le parole di Rousseau nel Contratto Sociale

Ma nell’atto pratico gli Stati liberali ottocenteschi non ebbero forme di democrazia politica; non tutti i cittadini, infatti, erano considerati come portatori di diritti politici.

Il diritto al voto, secondo Hegel, “viene dato a coloro che hanno quel senso dello Stato che si acquista, soprattutto con l’occuparsi abilmente degli affari dell’universale, nei quali soltanto si sente e si conosce l’infinito valore che l’universale ha in se stesso, ma si fa anche diretta esperienza della riottosità, dell’ostilità e della disonestà dell’interesse privato”.

In realtà il senso dello Stato e quindi dell’interesse generale, venne affidato nell’800 ad una ristretta elite di cittadini.

Almeno fino al tardo ‘800 esponenti della vecchia nobiltà e proprietari terrieri furono numerosi fra gli eletti alle assemblee legislative in Francia, in Italia, in Germania.

Il sistema rappresentativo si affermava attraverso mediazioni sociali e compromessi politici fra i gruppi emergenti: borghesia industriale e finanziaria, ceti medi professionistici e vecchie elites agrario-nobiliari; viveva nella pratica delle relazioni sociali, adattandosi ai concreti rapporti di forza esistenti nei contesti locali; era fortemente radicato nelle periferie e veniva sempre segnato dalla specifica distribuzione del potere sociale ed economico.

Sui seggi della Camera italiana i deputati portavano al centro dello Stato, temi e richieste di origine periferica, non facili da gestire da parte del governo centrale.

Nell’Italia liberale la politica assunse così un doppio volto, uno pubblico e l’altro privato.

Da un lato vi era la politica che trovava nelle istituzioni una sede pubblica; dall’altro lato vi erano le idee, i programmi che gli uomini discutevano sui giornali o nei dibattiti e che diffondevano durante le elezioni.

Questi sono tutti aspetti relativi ad una politica nascosta che difficilmente emergono, e che evidenziano una lotta interna tra politica locale e politica nazionale.

I forti legami che molti deputati continuavano ad avere con la propria regione di provenienza affievolivano notevolmente lo spirito patriottico che aveva formato la classe dirigente risorgimentale.

 

M. Meriggi, Tra istituzione e società: le elites dell’Italia liberale nella storiografia recente, citato in << Le carte e la storia>>, 1999, Fasc. II.  Cfr. F. Cammarano, Storia politica dell’Italia liberale (1861-1901), Editori Laterza, Roma-Bari 1999.

L. Musella, Individui, Amici, Clienti. Relazioni personali e circuiti politici il Italia meridionale tra Otto e Novecento, Il Mulino, Bologna 1994

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