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Favola lungo i binari

Scritto da Mimmo Pane

Lungo i binari non ci sono solo treni. E quando i treni non ci sono più, non resta che camminare. Il tracciato resta lì e sembra starci da sempre, tanto é impastato con la natura che lo circonda, lo ricopre, lo aggroviglia.

Lungo i binari tutto trasuda treno ed anche quando i binari non ci sono più restano i ponti, le gallerie, gli odori. Lentamente si aggiungono cespugli, gli alberi stendono finalmente i rami senza temere di vederseli tranciati da una fumosa locomotiva; la frana rotola senza preoccuparsi di ostacolare nessuno.

Lungo i binari, che ci siano o meno, la vita scorre come sempre. Per lo scarabeo ed il bruco tra un treno e l’altro passa una vita. Alla lucertola, resta il sole.

Se cammino, il mio passo è segnato dalla ghiaia crepitante. Ogni volta che poso il piede, scomodo decine di ciottoli che, borbottando, si riassestano in quiete sino al prossimo passo.

Mentre proseguo risvegliando milioni e milioni di pietruzze biancastre, il paesaggio mi si apre davanti, da una prospettiva che non conosco: quella del macchinista.

Proseguo senza fermarmi, perché appena mi fermo, un silenzio tuona nell’aria: sono in mezzo a nulla. Tra una stazione e l’altra, tra un casello e l’altro, il treno non ha bisogno di comunicare con nessuna strada. Una volta partiti, solo binari sino al prossimo segno.

Un cartello arrugginito, un segnale semi sommerso dall’erba, una placca kilometrica: si svela intaccato dalla mano del tempo il codice segreto dei ferrovieri che passano la loro vita in perenne movimento, demistificando il senso del viaggio, quotidianizzando la migrazione e trasformandola in normalità. Il loro gergo è incomprensibile ai comuni passeggeri, “condannati” a lasciarsi trasportare, ignari di quanto lavoro si nasconda per non farli sobbalzare al principio di ogni curva.

Appare un altro casello all’imbrunire. Ognuno aveva un volto diverso, rovinato diversamente, qualcuno rattoppato da qualche pastore per accomodare il bestiame.

Un odore croccante di pane mi investe, portato da un venticello gentile. Mi avvicino timoroso scorgendo un’ombra indaffarata che si sposta dal forno alla casa, poco più in là.

Mi fermo a una distanza in cui l’odore del pane giunge ormai evidente, senza svelare quella sagoma, che resta solo un contorno ritagliato nella sera.

A un tratto si ferma, mi scorge, e senza indugiare mi fa cenno di avvicinarmi. Sembrava aspettarmi…

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